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PROFESSIONISTI DI QUARTA SERIE - di Gianni Mura - La Gazzetta dello Sport, 3 febbraio 1968 - Parte III

 

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– Sto proprio bene, è una città senza divertimenti, brava gente, è un piacere fare il calciatore qui – dice il termolese Buccione.

– C'è più soddisfazione qui che nel Fanfulla - dice Demenia -: facciamo la vita dei calciatori di Serie A. E facendo questa vita ritirata, siamo molto amici. Demenia va decisamente contro la nostra idea, troppo romantica forse, anzi senz’al­tro, del settentrionale deraciné:

– È un buon lavoro – dice Demenia –: non importa dove lo si svolge.

E così la pensa Mirvano Pertile, il capitano (Thiene, Locri, Andria, Matera):

– Si può emergere anche al sud, non è vero che sia un limbo. Guardi Salvemini… ce ne sono molti altri. [Gaetano Salvemini, molfettese, futuro allenatore di Bari, Cesena, Palermo e Genoa; da calciatore, nel ruolo di mezzala, si era fatto strada in Serie B e in Serie A, con il Venezia e con il Man­tova, e quell’anno – siamo nella stagione 1967/68 – era passato all’Inter, dove però trovò poco spazio, n.d.r.]

Ce ne sono molti altri, dice Pertile, però oltre a Salvemini non gli vengono in mente altri nomi. Noi sosteniamo che il calcio, sport principe e praticamente unico, nel meridione, non fornisce frutti proporzionali al numero dei praticanti.

  1967-68 festeggiamenti
  Giocatori e allenatore festeggiano dopo la vittoria nello scontro diretto contro il Savoia.

– Mancano gli impianti – dice Buccione – manca l’organizzazione, forse manca anche la voglia, si scelgono altre vie.

– E poi – dice Mayer – io credo che convenga alle società del sud servirsi di elementi del nord. Questi sono gironi di ferro, bisogna essere duri, robusti, correre per novanta minuti.

– Qui è come dappertutto – dice Toschi – C o D che differenza fa? Basta sapersi adattare, e col nostro mestiere chi non si adatta è finito. Si fanno sacrifici; però c’è il tornaconto.

E Busilacchi, romano:

– Meglio titolare in quarta serie che riserva nel Lecce, nemmeno se ne parla [come già dichiarato dal presidente Salerno durante l’in­ter­vista, Aldo Busilacchi era stato acquistato dal Lecce, dove aveva fatto la riserva nel campionato 1964/65, per poi essere ‘girato’ al Brindisi in Serie D, dove nel ’66/67 disputò 21 partite; a Matera nel ’67/68 sarebbe risultato capocannoniere della squadra con 24 reti in 32 partite disputate, anche se curiosamente gli Almanacchi Panini per quell’anno non gliene attribuiscono neppure uno!, n.d.r.].

– Ma qui si sta bene – dice De Palma –: io a Bisceglie dormivo in una cantina.

La vita dei calciatori del Matera è ordinata su un ritmo ultraprofessionistico. Si potrebbe fare altrimenti? Crediamo di no. Divieto di usare la macchina, tranne il lunedì. E la macchina diventa simbolo di evasione erotica. In effetti, un lato negativo è questo della repressione. Lo si capisce entrando nelle stanze. In mezzo alle foto di quelle certe riviste, beninteso artistiche, c’è posto solo per quella di Rivera (il Gianni dovrebbe esserne lusingato).

– Qui – dice uno – non puoi parlare due minuti con una ragazza, a mezzogiorno (non parliamo di offrirle un aperitivo!), che già il giorno dopo vanno a raccontare al presi­dente che ci vai a letto.

Il lunedì, la macchina. Bari. Qui, a volte, una scappata dietro il cimitero, strano accostamento, la vita così vicino la morte, la morte così vicino la vita; e in queste storie che vengono fuori spontanee, all’ora di Carosello, mentre si sbucciano arance, noi riconosciamo il fratello italico, che alla triade mazziniana ne ha sostituita una più circoscritta, e non interamente citabile.

– Che fa Mora – ci chiede Toschi dell’ex compagno – fa sempre la bella vita? [si tratta di Bru­no Mora, ala destra che raggiunse una buona fama con le casacche della Juve, del Milan e della Nazionale, e che aveva militato con Toschi nella Samp tra il 1958 e il ’60, anno del suo passaggio alla Juve. È scomparso prematuramente nel 1986; Carlo Petrini, il grande pentito del doping e delle scommesse che negli ultimi anni della sua vita ha denunciato quei mali, lo inserisce nel lungo elenco di calciatori che potrebbero essere deceduti per patologie collegate alle pratiche di doping selvaggio degli anni ’60-’70, n.d.r.]

E Diego Giannattasio, lo stopper bello – così gli dicono – s’informa sulle cento lire di San Siro [il riferimento è alla partita Inter-Cagliari del 14 gennaio ’68, in cui il libero del Cagliari, Longo, fu colpito da una monetina lanciata dagli spalti: il Giudice Sportivo ribaltò il 3-0 del campo assegnando al Cagliari la vittoria a tavolino per 2-0, n.d.r.]. E in breve c’è un crocchio attorno a noi e si discute fino a tardi. Una faccia nuova.

1967-68 quat– Noi – dice uno – alle nove di sera siamo sempre qui. Vediamo la televisione o giochiamo a carte. Anche il lunedì, magari, tanto siamo abituati a questo ritmo. Quando si torna su, si cambia. Al mattino sveglia alle nove. Anche prima, perché il mister, unica sua cattiva abitudine, si alza alle sei con la radio al massimo, e tanti saluti al sonno. Poi si esce, quattro passi, si va al mercato della frutta, poi al ristorante, poi qui, al campo. Benedetti gli allenamenti, così passa il tempo. Il brutto è quando piove, non si sa dove andare.

– Ma andate al bar – diciamo – giocate al flipper.

– Siamo la squadra migliore del girone – dice Pertile – quella che merita di vincere.

– Quelli che meritano di vincere non vincono mai – dice De Palma.

– A proposito, il presidente ha parlato di premio di promozione? – dice uno.

Toschi sbadiglia stirando la faccia volpina. Tre gol in una partita, poi uno strappo inguinale. I quattro gol subiti? Nemmeno uno su azione. Due su calcio di punizione, uno su calcio d’angolo e uno su rigore. Ma a che serve dirlo. Pertile va a prendere una bottiglia di grappa del Piave. Mayer faceva il meccanico e gli piaceva fare il meccanico. Voleva mettersi in proprio.

– Se trovavo il terreno, non sarei qui – dice senza rimpianto nella voce – ma non sarei nemmeno allo Jesolo, perché avrei smesso col calcio. A fare il meccanico in proprio si guadagna più che a fare il calciatore. C’è mia moglie che sta sempre poco bene, ogni mese torno su. Ho chiesto al presidente di lasciarmi lavorare a mezza giornata. Io sono un buon meccanico, sa? Ma non mi ha lasciato. Del resto, io lo capisco. Mi ha fatto venire qui per fare il calciatore, non il calciatore-meccanico. Il guaio è che io vorrei lavorare per essere a posto con i sindacati e le mutue, perché mia moglie sta sempre male.

Danilo Mayer assomiglia al fratello di Gianni Motta, anche nella voce. È l’ultimo arrivo, di lui parlano benissimo, mai visto un libero così, di testa non perde una palla.

– Cosa facciamo domani? – dice Giannattasio.

– L’allenamento è alle tre – dice Toschi.

– E dopodomani torna Bubù – dice De Palma.

– Vinceremo senza beccare gol – dice Pertile – vinceremo sicuramente cinque partite di fila senza prender gol, siamo i più forti [il ‘veggente’ Pertile avrebbe poi avuto ragione quasi su tutto: dopo l’uscita di questo articolo il Matera inanellò un filotto di sei vittorie consecutive, dalla 19a alla 24a giornata, incassando soltanto due gol nel 3-2 rifilato alla Sessana, alla 22a; la striscia positiva si interruppe al 25o turno con la sconfitta 1-0 in casa del Savoia, che riaprì il testa-a-testa in classifica ma alla fine non pregiudicò la promozione del Matera in Serie C: n.d.r., segnalazione di Nicola Salerno].

Diciamo che è tardi e che andiamo via. Non vuole fermarsi ancora un po’? No, grazie. Andiamo via con dentro una strana cosa che si muove, non compassione, no di certo, questa è gente libera e piglia soldi in misura non disprezzabile. Solidarietà, forse, vicinanza umana fermata in una sera qualunque, solo che era piena di stelle, e che buona la grappa, chi si ricorda la marca, e problemi di routine appena accennati, da parte dei ragazzi molte cose non dette, i sogni forse, e la quasi certezza di non saper poi più nulla di loro, la ragazza di De Palma, la moglie di Mayer che sta poco bene, la radio accesa di Bubù, la quasi certezza di dimenticare e la voglia forte improvvisa di non dimenticare.

Gianni Mura